Lo Hobbit – Verso la Casa sempre Attesa


« Mi manca casa mia, è vero » e non ha mai smesso di mancarmi. Ti puoi sedere in una sala cinematografica, ben conscio che alla fine della proiezione, ora più, ora meno, sarai a casa tua. Eppure mentre sei seduto, tranquillo, comodo, con la neve fuori che sbeffeggi, e guardi, ti manca casa tua: e ti manca anche quando sei tornato e da principio non capisci perché continua a mancarti.

Ce l’hai lì, è sempre la stessa casa, ci cammini di stanza in stanza cercando una familiarità come inaccessibile e se ci pensi un poco, non c’era nemmeno prima quella familiarità, ma non ti sarebbe mai venuto in mente di cercarla. Magari è  una bella casa, farebbe invidia perfino ai residenti di via Saccoforino. Ma casa tua continua a mancarti, nuovo e ineludibile pensiero che affonda senza pietà nel tuo animo. Cerchi anche i volti dei familiari, sicuro approdo, ma non c’è verso di uscirne. O meglio, prima c’era, prima che sapessi di volerne uscire c’è stata la porta e l’auto, e poi la sala, e il film. E allora ti giri verso la porta, desideroso di uscirne per tornare a casa, la tua casa, eppure non la casa nella quale abiti. Perché la tua casa, manca.

Si può passare un secolo a voler tornare a casa, per alcuni di noi è così. Thorin voleva tornare a casa da quasi due secoli, i suoi compagni a scendere. Con una postilla : Thorin Scudodiquercia sta cercando casa sua e quella dei suoi amici, su lui grava il destino di un popolo intero (Nani), esiliato, memore vividamente dello splendore cui erano stati strappati. Il suo più grande desiderio è insieme il suo più grande peso, poiché è impotente di porvi riuscita. Thorin non è la rovina della sua stirpe, era stato riconosciuto come Re dai suoi amici nei giorni gloriosi e tenebrosi di Moria, tra spade, scuri e scudi: il suo era grande e coriaceo come il suo desiderio, rubato ad una quercia. La gloria di quei giorni non fu il rimedio al suo cuore ferito, insieme scolo di fierezza ed affetti. Né l’una, né gli altri potevano renderlo pago: aveva trovato un posto per il suo popolo, ma non era casa sua. La sua casa è lontana, al di là delle Montagne Nebbiose e dei loro ghiacciai, al di là delle terre bagnate dal Grande Fiume e della Grande Foresta Verde, la sua casa è al di là. Lo ascolti cantare ricolmo di nostalgia, quale ospite indesiderato di uno stranito Piccoletto, troppo piccolo per capire quanto grande fosse il motore di quel cuore malinconico.

Casa sua è piccola come lui, un buco nel terreno, ma confortevole, quella che ogni Hobbit potrebbe volere. Confuso da quella strana compagnia, spaventato dalle descrizioni macabre che i buoni Bofur e Balin non gli lesinano sul pericolo alla meta di un viaggio di cui solo pochi attimi prima era stato informato esserne candidato. Cortesia di un vecchio amico di famiglia, diceva lui, ma i cui ricordi sapevano riafferrare solo qualche mirabolante pirotecnia: di fuoco a Bilbo bastava quello del camino, o quello per accendere la pipa, non aveva motivo di ricordare Gandalf. C’era solo da impaurirsi degli affari dei Nani, piccoli quasi come gli Hobbit, ma robusti almeno, anche se non abbastanza per gettarsi nelle fauci di un Drago, questo è certo. Il povero Bilbo viene catapultato in un’ “avventura”, diceva sempre Gandalf, la cui enormità lo sovrasta di parecchio, di troppo. Non c’è nemmeno da discuterne, la questione si risolve in una serata atipica (offensiva!) e in una malvoluta buonanotte.

Poi però Thorin canta di quella casa, la sua, al di là di tutto. Gli si uniscono gli amici, facendo affiorare un’altra grandezza, diversa, perché non fa paura, non confonde. Inizia con piccoli scossoni, risonanza di un ferro prima intinto nella forgia e poi battuto, ed infine lo scotimento è talmente radicato da mutare in commozione. L’enormità di prima, la spaventevole, è sovrastata a sua volta dalla grande aspirazione dei Nani che Bilbo, volente o nolente, comincia a fare sua. D’un tratto le braci del camino sono diventate difettose e altri fuochi prendono piede.

La mattina dopo, la casa è vuota. La dispensa sì, ma anche tutta la casa. Insomma, i Nani non l’avrebbero nemmeno dovuta riempire, Casa Baggins, ma ora era proprio vuota. Vuota di che cosa? Bilbo si aggira di stanza in stanza per controllare che non vi sia davvero nessuno e la sua attenzione si posa sull’unico oggetto che non sarebbe mai dovuto entrare a Casa Baggins : il contratto per un’avventura. C’era un oggetto di troppo, eppure la casa era terribilmente vuota, eppure Bilbo si cura proprio di quell’oggetto di troppo. Parte, destando il clamore degli altrettanto caserecci Hobbitoniani.

Qualche appunto sugli interpreti e i sui ruoli

Il biglietto d’invito di Peter Jackson è ormai firmato, non in modo dissimile dal contratto dei Nani. Non è passata forse nemmeno mezz’ora, ma Martin Freeman è già diventato indistinguibile da Bilbo : meditabondo, fa girare preoccupato il fumo della pipa di guancia in guancia, annaspa in divieti e indignazioni che delineano nell’attore una turbolenza perfettamente pervasiva; gli spettatori si divertono nel contare le varie espressioni che Bilbo subisce sull’inglesissimo contegno facciale, perdendolo di continuo. Quando gli Hobbit entrano per la prima volta nell’immaginario di un lettore (succede, spesso, alla prima lettura de Lo Hobbit), il divertimento sta nel vederlo trotterellare tra i passi di chi è più alto, oppure sorridere quando si fa somigliante ad un “coniglio impaurito”. Ma lo spettatore conosce già bene gli Hobbit di Jackson, si è già ampiamente commosso dell’amicizia tra Sam e Frodo che non arretra nemmeno davanti ai fuochi di Monte Fato, ha già canzonato l’ingenuità di Merry e Pipino e insieme si è stupito del coraggio di ognuno di questi sorprendenti Piccoletti. La comicità di Bilbo non può quindi passare “dall’alto verso il basso”, ma “faccia a faccia”, la faccia di Freeman, nettamente ilare e mai ridicola, da pari a pari, come quando si ride tra amici di uno in particolare che ha fatto una sciocchezza, o a cui è capitata una situazione grottesca. Poi anche il trotterellio può fare la sua parte, nel disorientamento totale di dover sfamare altre 14 esigenti bocche, o maneggiando le redini equestri in totale inadeguatezza; lo spettatore però è portato naturalmente a cercare le nuove espressioni del caro impacciato Bilbo.

L’altro piatto della bilancia è abbassato da Armitage (Richard) : egli è proprio quel Thorin di cui sopra. Un sorriso mai gioioso, non partecipa all’abbandono festoso dei suoi compagni a Casa Baggins, né accetta gli scherzi dei suoi più giovani nipoti. La rabbia in lui sembra aspettare sempre il momento giusto per montare, rabbia verso di sé che non ammette concessioni nemmeno per gli altri. Armitage procede alla testa – Thorin guida con Gandalf la compagnia, ovviamente, ma nel film è come se trainasse l’evoluzione di ogni scena – ma il suo sguardo indugia indietro su ognuno dei compagni, triste, ultimamente triste, vulnerabile alla diffida, come ad ogni momento chiedendosi se sta conducendo i suoi amici alla casa o alla morte. Lui li sceglierebbe uno per uno al posto di un esercito armato di tutto punto ed essi sono con lui, ma, sul ciglio di uno strapiombo, quello della solitudine – come quando Balin racconta della Battaglia ai Rivi Tenebrosi – si staglia lontano, guarda lontano e riempie di tristezza tutt’intorno.

La disarmonia tra Thorin e Bilbo genera spesso un conflitto, serrato tanto più quanto Gandalf, Sir Ian McKellen, non tiene aperto uno spiraglio di conciliazione. L’uno e l’altro possiedono le proprie ragioni, l’uno indeciso sino alla goffaggine, l’altro certo fino alla morte, ma l’unico che le vede a fondo entrambe è il Grigio Pellegrino. Pellegrino, sì, non solo quel bravo compagno di viaggio. I panni grigi a McKellen piacciono molto, in ogni scena lo si potrebbe capire anche senza la sua medesima ammissione; senza problemi, ora sposa la sponda di Bilbo, ora quella di Thorin, in un cambio di attitudine ben più frequente di quelli che Il Signore degli Anelli ci aveva abituati a vedere. Fino a metà del film, il suo protagonismo è perfettamente celato dietro il ruolo garante, insieme responsabile e a servizio del viaggio dello Hobbit e di Thorin. Lui si pone ad un piano superiore e separato: McKellen squadra il gruppo come prevedendone le traiettorie destinategli, sempre consapevole di quel “di più” che occorre perché tutto vada bene. Ma sa anche riavvicinarsi: una battuta, una risata ed ecco che diventa il consolatore, colui che rinfranca ad ogni passo e, dove Thorin non gli dà fiducia, se la prende a dispetto di ogni litigio, in totale concretezza ed umanità.

Ma dove McKellen dà piena prova delle sue doti è quando è chiamato in causa da protagonista sullo schermo : la trama secondaria, o meglio comprimaria, della trilogia è quella che ogni buon conoscitore di Tolkien potrebbe chiamare l’Epopea di Gandalf, ed in particolare le sue fatiche contro la minaccia del Negromante. McKellen mostra una sofferenza stanca, perde di vigore, ricordandoci improvvisamente della sua vecchiaia, di fronte alle grandi cose del mondo: i suoi amici non lo assistono davvero, salvo una. Uno sguardo d’intesa con Galadriel, Cate Blanchett (altro ritorno), e si può ritrovare la voglia di ridere anche mentre si sta parlando delle tenebre peggiori. La Blanchett interpreta il suo personaggio come un faro indicherebbe la via ad un navigatore: statuaria e non immobile, si fa vicina e rinsalda il Pellegrino tanto nella meta, quanto nel viaggio in cui non è solo. Una carezza, una domanda posta anche con la posa, non con la sola voce, cui Gandalf per rispondere deve riprendere in mano il suo cuore ora rinfrescato, in tutta la profondità della sua speranza.

E si riparte!

« … le piccole cose tengono a bada l’oscurità », in primis quella che si nasconde in lui. Allora bisogna raggiungere il sig. Baggins! La sfida è corroborata, gli spettatori sono pronti a ripartire, il risultato ottenuto: aiutati dalla differenza col libro, tra massi e montagne semoventi, cunicoli infestati e boia che affilano le macchine da tortura, ci chiediamo « Quando arriva Gandalf?». O forse no, non facciamo in tempo da quanto frenetico è il succedersi delle tappe di questa Cerca. La camera rincorre, avanza, retrocede, ecco il traino di Thorin, specchio del suo animo: senza Gandalf è un animo che esplode contro Bilbo e non a torto.

E’ fuori posto, Bilbo, lui la sua casa ce l’aveva: non ha che da tornare indietro. Non trattenetelo, vi ferirà, è fuori posto e ci deve ritornare, al suo posto. Allora perché dispiacersi? Ma non c’è tempo nemmeno per questo, il film gira la sua pellicola (digitale) e ingabbia i Nani tra vecchie e nuove, sempre discutibili conoscenze. Sipario divertente e grottesco, un Goblin in sovrappeso votato al balletto può davvero porre termine a quest’impresa? La cosa non impensierisce più di tanto, forse perché sappiamo come si sistemerà, forse perché i nostri occhi sono attirati altrove.

Le scene rallentano, si fermano, siamo al centro della rivoluzione di tutti gli avvenimenti di questa e anche dell’altra trilogia, all’origine. Ma non è come ce lo ricordiamo, non è come abbiamo letto Indovinelli nell’Oscurità. Bilbo ci vede bene, vede quel piccolo anello dorato e vede quella strana novità tra spuntoni di rocce lacustri, quei due occhi vitrei e luminescenti che si aggirano curiosi e che infine scoprono a loro volta una novità inattesa. Non siamo immersi nell’impenetrabile oscurità, Bilbo vede chiaro quanto basta per accorgersi di esser davanti ad un cunicolo completamente diverso dal resto delle montagne, abitato da qualcuno completamente diverso da un Goblin. Senza sapere di essere bene o male la stessa medesima cosa, due Hobbit, Sméagol e Bilbo si trovano di fronte ad un evento assolutamente nuovo per entrambi e l’Anello diventa per qualche tempo insignificante. Dall’imprevedibile nasce l’imprevedibile : è Sméagol, non Gollum!, a chiedere di giocare agli indovinelli ed è Gollum a scegliere la terribile penalità di Bilbo, Sméagol non ci pensa affatto quando propone il gioco.

Cosa innesca nella creatura derelitta questo nuovo approccio, mai rispolverato per 500 anni, mai!, da quando era stato cacciato dal suo villaggio? Dalla casa della nonna, capo-famiglia: Sméagol non ricorda nemmeno il suo proprio nome ma basta un indovinello, un piccolo punto in cui quella novità chiamata “Bagginses” può penetrare tra il buio della sua mente avvelenata, perché possa ricordare il sapore di casa, di quelle “uova succhiate” che la nonna insegnava a gustare. Sapore di casa, ricordi d’una origine recondita mai del tutto obliata da tutto il male del mondo, ciò che è l’Anello, ciò che è il terrore di Smaug per i Nani. Una briciola di bene che Gollum non può tollerare, che deve soppiantare, ricacciare sotto metri di cemento nell’anima di Sméagol, col sospetto, fondato, a conclusione del gioco, che la sua ossessione fosse lo stesso “tesoro” nascosto nelle tasche di Bilbo.

Bilbo vuole, deve, tornare a casa, non gl’interessa altro. Gollum, Sméagol, è l’ultimo ostacolo e lui può rimuoverlo senza che questi si difenda. E’ lo stesso che appena prima l’avrebbe strozzato senza remore : può ucciderlo e risparmiarsi un bel po’ di grane oppure saltarlo e risparmiare a Sméagol qualcosa che nemmeno per sé stesso ha più un qualche valore. Per quanto ne sa Bilbo, Gollum non dovrebbe valere più di un Goblin, creatura la cui morte può essere ritenuta soltanto una liberazione. Sméagol piange – vediamo il solco della lacrima sulla gota di Andy Serkis (e per un attimo ci chiediamo come si possa ancora non considerare il motion-capture come forma di recitazione diretta) – davanti a Bilbo, una vita senza valore che piange. Cosa c’è di cui piangere, di un’ossessione perduta? Di quel gingillo, unico pensiero speculativo dell’ultimo mezzo millennio? Non è Gollum a piangere, ancora una volta è Sméagol : non piange dell’Anello perduto, piange per sé stesso, come Bilbo si commuove per lui, non per avergli portato via l’ultimo bene (male) rimastogli. Piange di sé stesso, piange su sé stesso, piange dell’incapacità sua di mostrarsi al sole, piange di non saper intraprendere la via di casa, oppure, semplicemente, piangendo ribadisce che un qualche valore, grande quanto una vita risparmiata, è stato conservato e che per esso può pure piangere.

“Rinfodera la spada, prosegui insieme ai tuoi compagni che non si fidano di te”, già, certo, perché essi possano godere di quella casa che lui ha sempre amato e che a loro è stata portata via. Gesto eroico, ri-immergersi in quelle immense faccende, per uno Hobbit. Abbiamo poco tempo per rifletterci bene, perché gli inseguitori accorrono e il film riprende la sua frenesia, riappropriandosi dell’indole di Thorin. Braccato, dimentico di ogni speranza, si fa carico della sua furiosa tristezza fino alla morte. In cerca della sua tragedia, questo Armitage è uno shakespeariano guerresco che si getta nelle fauci dei lupi. E la tragedia avverrebbe prematura, non fosse per lo Hobbit e per Gandalf: ora i Nani fuggono a volo d’Aquila, soccorritore ricorrente. Le ali battute scandiscono il riposo del guerriero, non sono il suo epitaffio; Thorin muta il suo sguardo sullo Hobbit, che non ha certo acquistato le sembianze dell’eroe nel frattempo, né è diventato uno scassinatore migliore. Come prima, Bilbo non ha nulla che possa aiutarlo a tornare a casa, eppure lo ha fatto, si è dato tutto nel difenderlo, per lui difendere quell’amico in cerca della sua casa.

La casa è ancora lontana, s’intravede in un’alba sfocata la Montagna Solitaria. Nel guardare il contorno violaceo della Montagna, si palesa un irrisolto che è ben più del banale capitolo chiuso, o degli altri due ancora da leggere. Infatti era stato suggerito fin dalla primissima scena, da quel Bilbo anziano, Ian Holm, troppo stretto tra le mura di casa Baggins. Ma non si trattava di trovare la casa di ognuno? Bilbo, non sei tornato a casa tua?

Non alla casa che stava cercando, insieme a Gandalf, a Thorin e ai Nani. Non alla Casa, quella al fondo della via, alla fine del viaggio; il viaggio non è terminato nemmeno 60 anni dopo. Negli anni Bilbo canterà molto di quella via “che non ha porte, lungi dall’uscio dal quale parte”. Perché intraprendere la via che va verso Casa, se quella rimane lontana per quanti passi si facciano? Non è più sincero Smèagol con sé stesso, lui a cui rimane, sembra, solo da piangere di sé? Quella è la Casa sempre attesa, quella che ci è sempre mancata, quella in cui possiamo sentirci davvero a Casa, dove il nostro cuore può essere – che strano saperlo con tanta certezza, ora – accasato e riposato per sempre, o per dirla alla Bilbo “felice, fino alla fine dei suoi giorni”.

Per ora c’è l’irrisolto, o il viaggio. Sappiamo che Bilbo dovrà aspettare ancora un cugino, una festa ed infine una nave. Ma quello che viene prima è tutto da scoprire sullo schermo e si può credere che sia altrettanto promettente. Perché in fondo si tratta di una promessa: alla fine del viaggio la Casa c’è, al di là di tutto.

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