L’Eucatastrofe di una notte, Eucatastrofe della Storia


Quante si potrebbero dire essere le amicizie che hanno cambiato la Storia? Quei due uomini che nel reciproco affetto e nella più accorata sincerità, trascendono la pura addizione delle loro coscienze, anche le migliori, chiamando in causa un infinito mistero, sì che le coscienze successive ad esse prime si accordino, tese al medesimo cardine? Di questa specie è l’amicizia di Ronald Tolkien e “Jack” (C.S.) Lewis.

Scoccano i 50 anni dalla scomparsa del grande C.S.Lewis, coperti agli occhi dei più dal comune anniversario che spartisce con un presidente americano altrettanto noto per le tre iniziali. Grande in molte cose, ma in tutte di queste  Jack avrebbe preferito essere definito “piccolo”.
Tolkien lo seguirà – secondo le loro convinzioni e le parole che adotterebbero – nella Casa del Padre uno scarso decennio dopo, finalmente conciliati nella frattura che non avevano saputo colmare, una frattura nata 400 anni prima della loro amicizia e che, senza dubbio, fu poi uno dei più grevi dolori per entrambi.

Eppure, fu proprio al vertice della loro grande amicizia che si realizzò un’unità che nessuna screziatura avrebbe poi potuto lacerare. Di quel momento conserviamo in grazia quasi tutto, salvo le parole esatte. Era un’unità sconosciuta da Lewis e che agognava ferocemente, era un’unità in Tolkien che andava sedimentando su rocciose fondamenta: era una notte di amici, nella quale ci sembra più consono fare la parte del “terzo”, Hugo Dyson, certi di non incomodarlo se ci permetteremo di metterlo da parte, o meglio di sposarne il punto di vista, come il grande docente qual era ci avrebbe consigliato. Se sfruttiamo questa sua gentilezza, ci parrà che Tolkien e Lewis ci abbiano giusto aspettato per mettere il loro cuore “a carte scoperte”, per discutere di ciò che più premeva loro. E non ci sentiremo estranei alla loro amicizia.
In quella notte nacque Narnia.

Come in molte importanti faccende che riguardano Lewis, Tolkien e, più in generale ma con meno frequenza, gli Inklings tutti, c’è un altro nome sotteso, sicuramente non ancora sufficientemente studiato nel rapporto ai primi: G.K.Chesterton. Di Chesterton Lewis lesse Ortodossia nel pieno del suo cedere intellettuale dal materialismo (in esso ebbe peso iniziale la morte della madre, ancora decenne), quando, nella primavera del 1918, era convalescente per effetto di una granata esplosa a pochi passi da lui presso Lilla; d’allora non l’abbandonò mai. Da principio, Chesterton lo colpì per essere tutto l’opposto di quanto aveva appreso in merito al Cristianesimo nell’educazione del protestantesimo irlandese, ovvero che il parossista esprimesse il Cristianesimo quasi esclusivamente in termini di gioia.
E’ del 1919, però, passata la rovina della Grande Guerra sul reduce Clive, il primo incontro personale che produrrà la svolta di quella sera. Si tratta di Owen Barfield, suo coetaneo, che poi diventerà se non il teoreta, sicuramente il teorico del gruppo degli Inklings in materia del mito, della sua genesi e della sua connessione inscindibile con il linguaggio (neanche a discuterne, l’attuatore e lo sviluppatore principale delle sue teorie sarà Tolkien). L’amicizia tra Lewis e Barfield è, se possibile, vissuta con tanto carico quanto quello dedicato a Tolkien e ancor più duratura. La piccola Lucy Barfield (nata nel 1935), di cui Jack fu padrino, non è altri che la piccola protagonista de Il Leone, la Strega e l’Armadio.

Tra il ’18 e il ’24, Lewis è dedito allo studio che gli consentirà la laurea in Inglese e alcune pubblicazioni sotto pseudonimo, oltre ai primi incarichi accademici. In questo periodo, tutte le passioni adolescenziali sulla letteratura antica mediterranea e nordica, sull’Inglese medievale, sulle canzoni e i romanzi cavallereschi sono gli oggetti principali del suo impegno. Questi ultimi insieme alla continua compagnia di Barfield attizzano in Lewis una riflessione intellettuale sfuggita durante la presta lettura di Chesterton.

“…l’ammissione di qualcosa di irrazionale come la Gioia nel suo modo di ragionare, spietatamente logico, lo gettò in uno stato di profonda confusione.” [H. Carpenter, Gli Inklings].

Il succo si poteva più o meno esprimere in una corruzione del grande verso di Roland nella Chanson:

I cristiani hanno torto,
ma tutti gli altri sono noiosi.

[C.S.Lewis, Sorpreso dalla Gioia]

Quando, nel ’26, Lewis conosce Ronald Tolkien, si racconta confidente in un teismo anche totalizzante, cui dava poeticamente il nome di Dio secondo una tradizione letteraria che lo appassionava particolarmente. E di Tolkien dice [op. cit. sopra]::

Alla mia venuta in questo mondo mi avevano (tacitamente) avvertito di non fidarmi mai di un papista e (apertamente) al mio arrivo alla facoltà di Inglese di non fidarmi di un filologo. Tolkien era l’uno e l’altro.

Il “filologo papista” invece fa breccia negli affetti di Jack: scoprono di condividere tutto riguardo la letteratura preferenziale, i suoi contenuti, le forze che innescano nell’animo umano. Inevitabilmente, la reciproca predilezione li porta anche in discussioni accese su ciò che per Tolkien era il centro stesso della vita e che per Lewis era un elemento di aperto rifiuto. Se queste quattro righe possono far capire sicuramente il capovolgimento che avvenne in Lewis dopo aver conosciuto Tolkien nel modo di concepire “Dio”, altrettanto dicono della vita tutta di Lewis, incluso lo studio. E’ recente la notizia che nella Bodleian Library di Oxford (luogo in cui è conservata gran parte del materiale non pubblicato di Tolkien) è stato scoperto anche un saggio incompiuto scritto a quattro mani da Lewis e dal “filologo”, titolato Language and Human Nature (1944).

3 anni dopo il loro incontro, Lewis racconterà di un altro, grande, ulteriore passo verso la concezione di un “Dio” preciso, un “Dio” al quale si potrebbero già togliere le virgolette [op. cit. sopra]:

Durante il Trinity Term del 1929 mi arresi, ammisi che Dio era Dio e mi inginocchiai per pregare: fui forse, quella sera, il convertito più disperato e riluttante d’Inghilterra. Allora non mi avvidi di quello che oggi è così chiaro e lampante: l’umiltà con cui Dio è pronto ad accogliere un convertito anche a queste condizioni. Per lo meno, il figliol prodigo era tornato a casa coi suoi stessi piedi. Ma chi potrà mai adorare adeguatamente quell’amore che schiude i cancelli del cielo a un prodigo che recalcitra e si dibatte, e ruota intorno gli occhi risentito in cerca di scampo?

Nell’ultima domanda, c’è tutta l’inarrendevolezza che l’intellettuale usava verso le sue convinzioni, restio ad abbandonarle. Vi è un punto sul quale Lewis non riesce a comprendere il suo amico Ronald: che Dio abbia abitato la storia come Uomo, che Cristo e Dio coincidano, una conclusione della quale non trovava ragioni. Aveva certamente accolto un sentimento religioso non più generico, ma la fede cristiana costituiva per lui un salto logico.
Ci vorranno ancora due anni e più che un semestre, perché Lewis abbandoni l’ultima resistenza; avverrà solo dopo aver ricevuto una ragione indissolubile a ciò che aveva sempre avuto più in cuore di stimare.

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Un pensiero su “L’Eucatastrofe di una notte, Eucatastrofe della Storia”

  1. Ho trovato quest’articolo sulla conversione di Lewis incredibilmente commovente e attuale; mi ci sono ritrovata, nelle righe in cui Lewis descrive la commozione provata nel leggere i miti; e che poi scaturisce nella Gioia del Verbo. Il suo scetticismo e le sue titubanze ricordano davvero molto quelle provate da me in un periodo non lontano da questo; e spero anch’io un giorno di giungere alla soluzione che egli trovo’.
    PS: cosa che non mi e’ chiara: per quanto egli avesse ritrovato la Fede, mi risulta che non rinnego’ mai quella con cui era cresciuto(l’anglicanesimo). Non divento’ mai un “papista”, come diceva lui, insomma.

Facci sapere cosa ne pensi, ma pensaci bene. ;)

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