Lo sguardo di Tolkien ne Lo Hobbit di Jackson: Il problema della Fedeltà


Quel signor Baggins! Dopotutto, fa parte di una storia per bambini poco intelligenti.

Chi scrive, si vergogna a pronunciare una frase così dissacrante; e ammette che lo rincuora poco anche pensare che quest’opinione non è altra che quella di Ronald Tolkien. In primis perché il sottoscritto si è scoperto intelligente proprio negli anni in cui aveva affrontato la lettura di Lo Hobbit e quindi di primo acchito la presente sembra più che altro la dichiarazione d’esser stato un bambino poco intelligente. Se poi si aggiunge che nessuna intelligenza di nessun uomo adulto ha potuto pareggiare la stessa di quand’era bambino, diciamo che l’incipit non è proprio il più invitante possibile in merito a chi questo articolo ha scritto.
Confido che i miei lettori siano sufficientemente bambini perché nella loro intelligenza (della quale non dubito!) prevalga la curiosità di saperne di più. D’altronde, è un giudizio che Tolkien palesa a molti dei suoi destinatari, non ultima una persona a lui molta cara che l’aveva conosciuto fin da bambino; una zia (Jane), la sorella della sua cara mamma Mabel. La lettera arriva in un’età (89) nella quale è facile pensare che la vecchietta si abbandonasse volentieri ai ricordi e che non di rado pensasse a quel nipote in anni verdi, già allora così promettente, nei quali aveva riempito la casa sua e di suo marito, altrimenti priva di figli: figura materna per il piccolo Ronald, maestra di scuola, aveva un debole per le fiabe e stimava particolarmente il racconto del nipote. Sarà lei a convincerlo a pubblicare Le Avventure di Tom Bombadil l’anno successivo.

La comitiva del giovane Tolkien in uno dei viaggi (1911) in Svizzera organizzati dalla famiglia Brooke-Smith. John Ronald è l’uomo al centro verso sinistra, la zia Jane è la signora col grande parasole, alle cui spalle è il fratello di Ronald, Hilary.

«Una volta sola ho fatto lo sbaglio di provare ad andare incontro ai bambini, con mio grande rammarico, e (sono felice di dirlo) con la disapprovazione dei bambini intelligenti: nella prima parte de Lo Hobbit».
[Humprey Carpenter, The Letters of J.R.R. TolkienLettera #234, a Jane Neave, 22 novembre 1961]

Di qui in avanti, la traduzione citata proviene dall’edizione italiana dal nome La Realtà in Trasparenza, Bompiani.

Rammarico (“regret”), il termine con il quale quanto più spesso Tolkien si riferirà a Lo Hobbit dalla pubblicazione de Il Signore degli Anelli in avanti. Con l’imminente ingresso nelle sale del secondo capitolo della trilogia di Jackson su Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug, (ma grosse avvisaglie c’erano state già con Un Viaggio Inaspettato) una consistente fetta di pubblico si dice “rammaricata” della sceneggiatura risultante dal lavoro di Frances “Fran” Walsh, Philippa Boyens e per l’appunto il regista Peter Jackson, o di ciò che della sceneggiatura trapela, cioè non poco.

Vai alle Previsioni sulla sceneggiatura de La Desolazione di Smaug.

Le accuse e i risentimenti si schierano tutti sotto un’imputazione davvero inclemente: “fedeltà” mancata. Eppure, tali giudizi si rifanno ad una visione de Lo Hobbit in aperta contrapposizione a ciò che l’autore stesso pensava della propria opera.

Cosa significa dunque essere “fedeli” a Tolkien?
Jackson sta davvero perdendo la sfida?

Indice del saggio d’apertura

Il presente costituisce l’introduzione all’opuscolo
Lo sguardo di Tolkien ne Lo Hobbit di Jackson

CONTINUA  A  PG.2  >>

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7 pensieri su “Lo sguardo di Tolkien ne Lo Hobbit di Jackson: Il problema della Fedeltà”

  1. letto tutto. Belllo, serio e approfondito…. mi piace molto la continua citazione delle Lettere di Tolkien,sono una vera miniera. Io le ho rilette più volte! Comunque da questo opuscolo sarebbe bello trarre un volume, o magari una conferenza… per far capire all’Italia la serietà degli studi su Tolkien e sui film! Io darei una mano volentieri!

    1. La vigilia de La Desolazione credo di aprire una selezione di staff aggiuntivo fisso oppure occasionale. Naturalmente la tua candidatura è ottimamente accetta.
      Anche noi abbiamo prefigurato la lontana idea del volume. Ma si vedrà: non sappiamo nemmeno se sopravviviamo dopo gennaio (ne stiamo discutendo su FB con un lettore). Il tutto dev’essere percepito come utile.

  2. Quello che dici sulla “fedeltà “in” Tolkien e non “su” Tolkien: non nella trasposizione dei contenuti, ma nei contenuti propri” è assolutamente vero, ma non mi trovi totalmente d’accordo su questo:
    “E’ invece una precisazione necessaria nel dettaglio per non scadere in una svagata idolatria, la quale è sempre scongiurabile, ma specialmente quando l’autore è tanto contrario.”
    Dici “specialmente quando l’autore è contrario”: non è forse anche questa una forma di svagata idolatria? Tolkien ha detto e quindi è giusto così?
    A volte penso che difendiamo troppo spesso le opere di Tolkien facendo riferimento a quello che Tolkien stesso diceva, e non per quello che ci hanno dato e ci danno ancora. Probabilmente è inevitabile, ci viene naturale non riuscire a distaccare il suo pensiero dalle sue opere (anche perché le seconde sono frutto del primo, almeno la parte “cosciente”) ma ogni tanto andrebbe fatto. In questo caso, ad esempio, io non mi trovo d’accordo con Tolkien e il suo (non solo suo) concetto di fedeltà, ma forse perché non sono cristiana; anche se mi trovo d’accordo quando si parla di esagerata idolatria: il troppo fa male, in qualsiasi cosa 😉

    1. In realtà la “contrarietà” qui non era da intendersi come un’opinione, quanto piuttosto l’esatta disposizione dell’autore e dello scritto che, più che schierarsi contrariamente (non mi sembra che Tolkien si sia mai espresso in questo senso se non nei confronti della sessualità), in ogni parte dei suoi scritti mostra l’assurdità di un tale concezione applicata a qualsiasi cosa.

      Scusa per il ritardo nella risposta. Siamo lieti di aver trovato una lettrice tanto accorta.

      1. Figurati, sei stato velocissimo!
        Capisco cosa intendi ma continuo a non trovarmi d’accordo con Tolkien, quanto meno in termini generali. L’assurdità di tale concezione è, a parer mio, vera solo quando si arriva a un livello estremo (e qui forse ci si può chiedere quando ciò accade), altrimenti trovo che la fedeltà a una cosa (in questo caso a un libro) vada rispettata il più possibile per una forma di rispetto e di riconoscimento all’autore. Forse Tolkien non pensava che si sarebbe arrivati a discutere di lui, forse anche perché ai suoi tempi le trasposizioni cinematografiche erano così poco “realistiche” (inteso quello che potevano dare con il basso livello di tecnologia) che era impensabile anche solo discutere di una forma di fedeltà verso un libro di fantasia. Penso che, come stanno le cose adesso, anche Tolkien avrebbe fatto un’eccezione per il suo concetto di fedeltà sapendo che, evitandola, avrebbe corso il rischio di vedere uno scempio delle sue opere sul grande schermo 🙂
        Cmq, per la cronaca, non penso che tutto debba essere fedele, è impossibile anche con tutta la tecnologia del mondo! Tante cose che si leggono, per fortuna, rimangono ancora soggettive. Ma penso che per rispetto di un autore, nel momento in cui si decide di utilizzarne un’opera (che sia a teatro, al cinema o per una recita scolastica), è importante ma, soprattutto, perdona la ripetizione, rispettoso, lasciarne intatte le caratteristiche essenziali senza stravolgerle. La libertà di interpretazione è concessa, certo, ma rimane pur sempre un’opera non di proprietà di chi liberamente interpreta!

        P.S. Cmq sono Silma Kemi di facebook 😉

  3. Bravo bellissima “recensione” la penso allo stesso modo, non ho un occhio critico come silmarien ma sono sicuro che il libro preso pari pari (bellissimo per carità, fantastico direi) sarebbe stato un sicuro fallimento in sala, i miei complimenti vivissimi anche a PJ

Facci sapere cosa ne pensi, ma pensaci bene. ;)

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