Il Preludio che vince la Desolazione ?


Nel film che parla il linguaggio del preludio, l’armonia di mortale irrequietezza atterrisce l’animo alla desolazione. Una storia di sofferente nostalgia e protesa fatalità, ad un Preludio dal pianoforte di Rachmaninov pare intonare Peter Jackson il suo filmInsospettabile parentela: quel genio russo che cercava le campane di casa nell’avorio d’Oltreoceano, struggenti le sue composizioni brevi costruiva su un fulcro dirompente, su un tema dapprima seminascosto, ora all’apogeo. La točka o kul’minacija (nella sua personalissima denominazione), l’apogeo o il culmine di questi pochi minuti al piano, un sussurro prima e dopo. E nell’opera 32 n°10, il dramma di Rachmaninov si fa disperato – quando si eseguiva da sé, non era raro che consumasse i polpastrelli fino al sanguinamento -, il tono campanario è grave, sepolcrale: lo stesso compositore disse di volere il preludio ad accompagnare la sua cassa al funerale.

Non fosse per quel penultimo fiore sgravato dal suo stelo, perfette sarebbero le parole di Eliot, un autore che troppo spesso si ha timore (o vergogna) di accostare a Tolkien:

“deserto e vuoto, e tenebre sopra la faccia dell’abisso.”
[Cori dalla Rocca, Coro VII]

Ma insterilisce anche quel fiore. Gli ultimi due rintocchi, sentenze abissali, come prorompere dalle fauci di Smaug, lui, o meglio il suo incontro con Bilbo, che è la točka del film di Jackson. L’ultima dichiarazione del Drago riporta prepotentemente al cuore dell’opera tolkieniana.

“Io sono Fuoco, io sono Morte!”

«Se mi venisse chiesto, direi che il racconto non tratta in realtà del potere e del dominio: due cose che si limitano ad avviare gli avvenimenti; tratta della morte e del desiderio di immortalità. Che è come dire che il racconto è stato scritto da un uomo!»
[Lettera del 17 novembre 1957 a Herbert Schiro]

Così parlava Tolkien de Il Signore degli Anelli, con particolare riferimento ai suoi Elfi che rischiano di confondere l’immortalità col tentativo di fermare il tempo, con la longevità che li àncora al Mondo. Ed agli uomini che confondono la morte con il Nemico.

La Morte non è un nemico, è invece il Nemico a far credere che la morte sia parte di sé, a confonderla con l’esercizio di un potere. Smaug è una manifestazione del potere del Nemico (sia esso ontologicamente una creatura perversa o una macchinazione, del che si discute sui miti di Tolkien), non capisce altro che questa dinamica, non può che considerare la morte come un suo potere. Ogni sua azione è fine a sé, ogni opera auto-eretta in vanagloria; assieme ad esso il Negromante, quel punto in cui il potere del Nemico si erge per mutare la morte in un suo orpello. E’ un costrutto estremamente consistente, capace di ingannare, ma non può appropriarsi davvero della morte (il Dono).
Il Nemico trasforma la Morte in Desolazione.

E’ nell’essere pieno preludio a Il Signore degli Anelli che la poetica di Jackson collima con quella di Tolkien. Le campane di lontano per Rachmaninov, come nei ricordi di Thorin le campane della devastata Dale, eco e racconto conservato come preziosi nei pensieri di Bard, campane funeree che preannunciano la Desolazione, tutte irraggiungibili da quando si erano uditi gli ultimi rintocchi.
E’ un gravame anche per il tema sommesso, l’Anello su Bilbo che tenta di piegarlo all’ossessione, provato all’estremo nel culmine, nel fulcro, faccia a faccia col Drago, ove il film trova il suo punto determinante. Un preludio che comincia alla nota locanda Il Puledro Impennato di Brea, già oppresso dai più funesti toni, a fronte della più disperata delle imprese.

S’insinua da principio anche la poetica propria di Jackson, che chiama a gran voce il realismo. 13 compagni possono dove hanno fallito gli eserciti di Thror? No, ma possono procurarsi la chiave per radunare i Nani sotto un’unica splendente bandiera, l’Arkengemma. Si prospetta dunque non solo il bisogno che il popolo ha di Thorin, ma quello stesso che Thorin ha del suo popolo. Realismo o puro attaccamento alla realtà, perché solo un uomo reale, seppur Nano, può affrontare la sua desolazione. E solo un amico reale, seppur Hobbit (ed insieme a Bilbo, Balin), può impedirgli di sprofondare nella desolazione.

Una battaglia contro la più atroce desolazione è anche quella di Gandalf, separatosi dalla spedizione di Thorin, ma non abbandonato alla sua solitudine (la compagnia di Radagast e l’amicizia di Galadriel). Da contraltare al Drago, nel contenuto della narrazione anche più maligno, più abissale, finanche la fonte d’ogni inimicizia di quel tempo, fuoco e morte sono la sua essenza. Sauron, con cui narrativamente il preludio si concreta nell’unità di tutta l’esalogia di Jackson, obnubila Gandalf e spezza il simbolo della sua missione: la Grazia sembra in scacco nel fallimento del suo ministro. L’irrequietezza diviene disperazione.

La sconfitta di Gandalf per quanto terribile non esclude la speranza. Jackson si serve proprio della sua invenzione principale tra i personaggi, con Tauriel manifesta la viva memoria della più sincera commozione dei Primi Giorni degli Elfi; mentre Thranduil, i cui ordini ella scientemente diserta, cade proprio nel tentativo di imbalsamare il tempo entro i propri confini. Senza Tauriel il film avrebbe perso una grande occasione di preservare la poetica originale (ed altrimenti inedita) di Tolkien: con lei invece anche Legolas trova una propria collocazione arricchita, che non la lascia sola (e lei lo sa) e nella guarigione di Kili, per la prima volta incontrovertibilmente nel film, il male si ritrae.
Di simile conservazione al caso di Tauriel è il poco spazio dedicato a Beorn. Egualmente divergente dai testi, egualmente allo spettatore viene offerta la possibilità di guardare un personaggio profondamente solo, incalzato dalla desolazione, ma non arreso.

La vittoria di Tauriel, parziale ma netta, avviene per la memoria all’origine del proprio popolo. La resistenza di Beorn è radicata nel ricordo della propria famiglia. Ciò vale anche ai pilatri dell’evoluzione narrativa, ovvero in corrispondenza di Bard e Thorin. Bard è l’unico del suo popolo a custodire i dolori della Valle ed l’unico che prevede il loro tempestoso ripresentarsi.
Thorin corre incontro alla sua tragedia e trascinerebbe, sconvolto di sé, anche i suoi cari nella desolazione, almeno fino a quando Bilbo prende in mano il proprio coraggio, gratuitamente e pronto perfino a subire l’ira del principe nanico, pur di tutelarlo dalla rovina. Egli, di fronte al terrore del Nord, può opporre soltanto la premura dei suoi amici, e la conoscenza del suo popolo. Dal più fondo dei pozzi minerari, alle colossali fucine e finalmente insediato al trono del suo popolo, Thorin emerge dal suo dramma nell’appartenenza al suo popolo, ritagliando per esso una rivincita.

Dura poco, ma forse abbastanza per dire che la Desolazione non ha l’ultima parola.

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