Chiacchierata con Gianluca Comastri: come e perché imparare l’Elfico


Viste le molte richieste che abbiamo avuto dai nostri lettori sulla possibilità di apprendere le Lingue di Tolkien – dopo la pubblicazione della sezione Le Lingue di Tolkien ne Lo Hobbit di Jackson – e la molta incertezza sulle risorse a cui affidarsi, abbiamo deciso di realizzare questa intervista con Gianluca Comastri per diradare i dubbi e indirizzare i più volenterosi. Se ci seguite, avrete già capito che non c’è persona più indicata, almeno in Italia. [Gabriele]


Ted Nasmith
Presso il Lago Cuiviénen
rappresentazione del Risveglio degli Elfi

GM: Partiamo dal primo interesse che le lingue di Tolkien suscitano, essendo questo il motore principale che porta il lettore ad accostarvisi: è possibile apprendere i linguaggi di modo da usarli come codice scritto e orale in circostanze anche soltanto occasionali (come la scrittura di dialoghi brevi – come fa Salo -, o per una poetica votata al sublime), oppure le incompletezze strutturali sono troppo ingenti per equiparare i linguaggi di Tolkien alle lingue del mondo primario? Se sì, quante e quali?

GC: Stando su quanto è disponibile tra i carteggi tolkieniani genuini, la risposta dovrebbe essere “è possibile un utilizzo limitato delle due lingue elfiche principali (Sindarin e Quenya) per dialoghi o componimenti non troppo complessi e comunque limitatamente al vocabolario disponibile”. Nessuna lingua di Arda è stata sviluppata da Tolkien a un livello sufficiente da consentire conversazioni elementari su temi generici, da chiacchierata con amici. Il lavoro di David Salo, per quanto accurato, si basa in larga parte su ricostruzioni effettuate per analogia con il frasario e le regole grammaticali disponibili.

GM: Ci sono dei testi sicuri, dati alla stampa e magari anche tradotti in Italiano, cui affidarsi? Sto pensando a quelli di Edouard Kloczko, oppure allo stesso di Salo (A Gateway to Sindarin); sono acquisti validi o soldi buttati nell’intento di apprendere l’Elfico?

GC: A stretto rigor di termini, nessun acquisto è vano, se per accrescere il proprio sapere! Il testo di Salo è considerato una validissima base di partenza anche dagli studiosi, in quanto è uno studio riguardante il Grigio-elfico originale. I libri di Kloczko trattano tutte le principali lingue dei Popoli Liberi ma il francese è maniacalmente rigoroso nel considerare solo le forme uscite dalla penna di Tolkien, aborrendo qualsiasi ricostruzione a posteriori anche operata nel pieno rispetto delle regole note con certezza. La mia opinione è che, almeno fino ad oggi, stampare libri sulla linguistica tolkieniana sia stato prematuro: c’erano e ci sono ancora molti materiali inediti che pian piano vengono catalogati, curati e quindi diffusi da Carl Hostetter, quindi chi ha pubblicato negli anni scorsi lo ha fatto sapendo che sarebbe stata doverosa e necessaria una nuova edizione entro uno o due lustri. Viceversa, in rete si trovano risorse molto accurate che, per la stessa natura dell’ipertesto, vengono aggiornate alla bisogna. Se non fosse che gli Elfi consigliano di non dar consigli, io consiglierei per ora di continuare a puntare sulle risorse in Rete.

GM: Quali sono le risorse da preferire e l’itinerario da seguire? Si può soltanto in via autodidattica o si può appoggiarsi a maestri e partecipare a corsi specifici?

GC: Se parliamo di Quenya e Sindarin, a mio parere le risorse più indicate sono il corso Quenya sul sito web Ardalambion [anche in Italiano, vedi sotto] e, con qualche cautela in più, il corso di Sindarin di Ryszard Derdzinsky dal sito Elendilion (cautela dovuta esclusivamente al fatto che per il Sindarin non vi sono note grammaticali a sufficienza per poterne compilare una grammatica sufficientemente completa). In genere si tratta di corsi concepiti appositamente per essere fruiti anche da studenti volenterosi senza preparazione linguistica oltre alle elementari conoscenze scolastiche che tutti abbiamo. Certo, chiedere consigli o pareri a persone fidate è sempre utile, soprattutto in caso di dubbio. Corsi in aula con docente mi risulta non ve ne siano ancora, in Italia. Per ora, aggiungo io.

L’articolo dell’ArST sui corsi in Europa a partire quest’estate circa le Lingue di Tolkien.

GM: Il valore della lingua, cioè della glossopoiesi per l’autore, nelle opere di Tolkien è ben oltre l’ornamentale. Si potrebbe perfino dire, senza errore, che la narrativa sia subordinata alla linguistica; il mito e l’epica scaturiscono in molti punti dalla costruzione dei linguaggi. Si può affermare che, in realtà, nel comprendere Tolkien un approccio filologico è fondamentale, se non imprescindibile?

GC: A proposito di imprescindibili: leggendo Schegge di luce, il monumentale commentario di Verlyn Flieger edito in italiano da Marietti, si apprende dalla bella prefazione di Claudio Testi quale fu per Tolkien l’importanza della concezione “glosso-mitopoietica” del suo compagno di studi Owen Barfield. Barfield sosteneva che, sia per i popoli storici che per quelli protagonisti di opere narrative, la genesi della lingua porta anche alla genesi dei miti e quindi a plasmarne la storia. Un po’ come se storia, mito e lingua fossero tre coordinate  di un ipotetico sistema. L’approccio filologico è quello di Tolkien, in ultima analisi, quindi  è forse quello che consente di avvicinarsi maggiormente al reale spirito che ne pervade l’opera. Il fatto che vi siano in Italia studiosi (dei quali non farò mai pubblicamente il nome) che invece ritengono quello linguistico poco più che un divertissement, ritenendo lo studio sul piano puramente letterario l’unico ad avere dignità, lo trovo un tantino paradossale.

Un interessante approfondimento di Giovanni Maddalena sul rapporto tra Barfield e le sue teorie e i suoi amici Inklings mitopoeti. 

GM: Cosa significava per Tolkien dedicarsi all’invenzione dei linguaggi?

GC: Se mi si concede una risposta retorica, significava vivere. Da quando, bambino, il suo gioco preferito era l’invenzione di lingue riservate al suo ristretto gruppo di amici d’infanzia fino ai maggiori successi della sua attività professionale in ambito accademico, la ricostruzione delle lingue (tanto del mondo primario quanto della subcreazione) fu per lui un’occupazione quasi naturale, istintiva, connaturata. Questo tenendo presente cosa significava effettivamente una lingua nella sua concezione, come descritto sopra.

Ronald Tolkien (sulla destra) in compagnia di un suo amico di gioventù, Robert Gilson, tra il 1910 e l’anno successivo: con lui fece parte del primo suo gruppo di studio votato alla mitologia, i T.C.B.S. . Robert morì il primo giorno della Battaglia sulla Somme, il primo di luglio del 1916.

GM: Sulle lingue di Tolkien si può discutere sia di storia esterna, quella della concezione e dello sviluppo nel tempo di una lingua nel mondo primario, ovvero nell’ideazione dell’autore, ma anche di storia interna: ovvero il mutare della lingua nel contesto narrativo, nel tempo interno all’opera, per come lingua e storia procedono insieme nel legendarium. Che valore ha questa seconda storiografia per le storie di Tolkien, la quale si percepisce già in Il Signore degli Anelli tra la curiosità di Sam e l’incontro di Frodo con Gildor?

GC: La storia “interna”, come sottintendevo nelle risposte precedenti, pur non essendo affatto necessaria per godersi il bello della storia, ha un immenso valore intrinseco perché la storia  e la mitologia degli Elfi si snodano partendo da e attorno alla storia delle loro lingue. Il grosso problema è che l’andamento delle revisioni della storia “esterna” spesso non sono interamente coerenti, procedono un po’ a sbalzi sia in un senso che nell’altro (spesso e volentieri Tolkien tornò su decisioni già prese e a volte già pubblicate, sia riguardo alle lingue che riguardo a concezioni filosofiche e storiche interne). Lo sviluppo di Sindarin e Quenya non fu mai lineare e non ebbe mai un andamento definitivo, tant’è che alcuni sostengono che sia impossibile considerare le due lingue come tali ma che debbano essere valutate in base al periodo storico “esterno”, distinguendo – poniamo – tra il Quenya della seconda metà degli anni ’50 e quello di dieci anni dopo. Lo stratagemma adottato da Fauskanger per Ardalambion, ferocemente criticato da Kloczko e altri puristi, è quello di stabilire alcuni punti fermi di un dato periodo e considerarli validi anche successivamente, se in accordo con regole non palesemente emendate in seguito, in modo da strutturare i materiali disponibili secondo uno schema sufficientemente coerente in accordo con la concezione dell’autore. Il concetto non è propriamente intuitivo, me ne rendo conto, ma nello studio delle lingue di Arda si deve essere consapevoli che l’ultima parola non è mai stata scritta.

GM: Abbiamo parlato di una mezza dozzina di nomi: Hostetter, Derdzinski, Fauskanger e poi Kloczko e Salo che, se vogliamo, nello studio delle lingue di Tolkien sono quasi antipodali, l’uno non trattenendo altro che ciò che è indiscutibilmente è sopravvissuto nelle intenzioni di Tolkien, l’altro addirittura spingendosi a desumere da basi minime oppure a sostituire addirittura scelte di Tolkien con alcune che ritiene più consistenti secondo glottologia. Di loro due abbiamo parlato diffusamente, ma tu ci ha detto che Hostetter pubblica e diffonde il materiale linguistico di Tolkien ancora inedito. Di che tipo di attività si tratta e chi lo affianca?

GC: Di un’attività di divulgativa, curato dal citato Hostetter assieme a Patrick H. Wynne. I due, unitamente a Arden R. Smith e Bill Welden più Christopher Gilson, hanno costituito un gruppo di lavoro noto nell’ambiente come gli “Elfconners” (dove “corner” è la contrazione della contrazione di “constructed language” con la desinenza che indica chi se ne occupa). A questi validi studiosi fu comminato l’incarico da parte nientemeno che di Christopher Tolkien, nei primi anni Novanta, di occuparsi dello studio, della cura editoriale e della pubblicazione degli scritti (per lo più sotto forma di appunti di lavoro) di suo padre, relativi alle lingue di Arda. Gli stessi studiosi attualmente compongono anche la Compagnia Linguistica Elfica, gruppo d’interesse specializzato all’interno della Mythopoeic Society (la Società Tolkieniana statunitense) che si dedica in particolare allo studio sistematico dei linguaggi inventati da Tolkien. La ELF venne fondata nel 1988 da Jorge Quiñónez, ma dall’anno 1990  e dal numero 9 della rivista la direzione è passata nelle mani per l’appunto di Hostetter. Le pubblicazioni degne di nota della ELF sono due riviste: Vinyar Tengwar, edita da Hostetter, e Parma Eldalamberon, edita da Gilson; inoltre viene distribuito, non sempre a intervalli regolari come del resto nemmeno i due titoli precedenti, il giornale web Tengwestië, curato da Hostetter assieme a Wynne.

GM: Hai citato anche Ardalambion, una risorsa che esiste anche in Italiano e per merito tuo. Tu sei stato tra i primi, o il primo in assoluto, ad accogliere l’invito metodologico di Fauskanger: parlacene un poco. 

GC: Premesso che le traduzioni acerbe dell’epoca dovrebbero essere rivedute, opera iniziata da qualche tempo ma per varie vicissitudini non ancora conclusa e per la quale voglio estendere un enorme ringraziamento pubblico a Greta Bertani che si è sobbarcata una marea di revisioni; ciò premesso, dicevo, quello che mi colpì di Ardalambion spingendomi a diffonderlo in Italia fu proprio l’approccio alle lingue come parte integrante della narrazione tolkieniana, non solo come a costrutti tecnico-artistici degni di nota e di studio a sé stanti. Nei verbosi articoli esplicativi di ciascun idioma si troveranno, infatti, corposi riferimenti proprio alle citate storia esterna ed interna, che collocano i costrutti linguistici nel vivo del procedimento compositivo di Tolkien e, per come la vedo io, in ciò rafforzando le tesi di cui abbiamo chiacchierato poc’anzi.

GM: Sembra che per avere un corso in Italia sugli Elfici di Tolkien dovremo aspettare che tu e Roberto Fontana vi mettiate in cattedra tra linguistica e grafologia, altra questione correlata alle lingue del Professore e radicata nella sua vita di tutti i giorni. In questo ipotetico scenario potremmo usare come testo un tuo libro di prossima uscita, non è vero?

GC: Spero che alla fine ne risulterà degno. Quello che sto cercando di fare è proprio raccogliere qualche pagina che presenti l’argomento linguistico e indichi un possibile metodo per affrontarne lo studio, più che semplicemente riscriverne i dizionari e le grammatiche come ha fatto, ad esempio, il tedesco Helmut Pesch nel suo recente tomo – esponendosi quindi in tal modo a qualche puntuta critica da parte di Fauskanger ed altri, che lo accusano senza mezzi termini di aver attinto a mani basse dai loro studi.

GM: E’ anche vero che non occorre aspettare l’uscita in libreria o l’organizzazione di eventi monotematici. Dopodomani, mercoledì 8 gennaio alle 21, sarai a Modena (abbiamo parlato del corso qui) per la lezione Le Lingue di Nani, Orchi e Hobbit“, quindi non precisamente sul Quenya o sul Sindarin. C’è da aspettarsi che l’approccio di Salo venga discusso.

GC: In realtà dell’approccio di Salo da un punto di vista tecnico so ben poco, a parte i campioni di lingue noti dai film. A richiesta, mi atterrò a quelli. Ma a me preme maggiormente spendere qualche parola sull’Ovestron, sul Khuzdul e sugli idiomi mordoriani per come li trattò il Professore. Riproporrò volentieri alcuni di quegli spunti di discussione anche qui su Meditazioni, se la cosa sarà gradita.

Il costo della lezione, come di ognuna del corso, è di 10 € e sarà possibile parteciparvi anche in streaming da casa. [vedi qui come]

GM: Come ultima domanda, diamo prova di tutto quello che abbiamo detto sull’importanza della glossopoiesi per il mito di Tolkien. Come gli Eldar hanno percorso tutte le leghe di Arda, così è cresciuta anche la parola con la quale hanno voluto chiamare loro stessi, che ha radice in ele!“: ci racconti la storia di questa parolina che ha spalancato le labbra degli Elfi?

GC: Ma ormai la sanno anche le pietre! Comunque, vuole la leggenda che quando i Priminati si destarono sulle amene rive del lago di Cuiviénen, la prima cosa che videro fu naturalmente il maestoso cielo stellato acceso per loro dall’amatissima Varda, che in seguito avrebbero imparato a conoscere direttamente (fortunati loro!) e ad amare immensamente. I primi due Elfi a destarsi si scambiarono a quel punto la loro prima parola, che fu anche la prima mai udita dalla bocca d’un incarnato sulla Terra. Quell’el!ele! pronunziato indicando la stella più brillante è molto significativo, però, perché (stante la visione tolkienian-barfieldiana sull’origine del linguaggio e dei significati delle parole) stava a significare non solo la stella ma anche e soprattutto l’atto di guardarla. Pare che questo procedimento abbia un reale fondamento storico, dato che sarebbe alla base anche delle radici del proto-indoeuropeo e di tutte le protolingue del mondo primario – vale a dire, in una fase iniziale le parole indicherebbero interi concetti e non sarebbero specializzate per oggetti, azioni e simili. Così, nell’elfico primitivo, le stelle si guardavano per mezzo di un unico pensiero, azione e parola. Nei millenni successivi, come ci racconta il Professore, le cose si espansero un tantino. Dando modo a quelli come me di spenderci su altre parole per raccontarne.

Gianluca Comastri in rosso sulla destra, già nel 2006 (e anche prima) spendeva ottime parole.
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7 pensieri su “Chiacchierata con Gianluca Comastri: come e perché imparare l’Elfico”

  1. Ho una domanda che mi preme fare da anni a proposito delle riviste linguistiche.
    Innanzitutto io mi sono sempre basata sui testi di Kloczko, Fauskanger e Salo, più altre fonti trovate in rete e un altro libro di cui nn ricordo il nome né l’autore (ma che non era molto attendibile. Era un libretto rosso, magari qualcuno lo ricorda, nn l’ho qui cn me al momento).
    Cmq, nel tentare di studiare l’Elfico nelle sue due forme ho sempre trovato confusione proprio per la differenza di fonti, e quindi ho sempre studiacchiato senza mai arrivare ad avere una fluidità della lingua, fino a dimenticare quel poco che avevo appreso. Il mio problema era capire se avesse più senso studiare queste lingue provenienti da varie fonti in forma “separata” o “mischiarle” tra loro per trovare una forma soddisfacente. Cioè, come si può studiare in pratica questa lingua?
    E da qui mi ricollego alla domanda iniziale. Queste riviste sono accessibili a tutti? E mi riferisco soprattutto a quelle più vecchie che credo non sia più possibile reperire, giusto? Se così è, trovate che sia comunque possibile studiare l’Elfico (ovviamente nei limiti del possibile dato che in nessun modo cmq si potrà mai giungere a una perfezione della lingua) anche senza lo studio di queste riviste? Esse sono la base della grammatica o un compendio? È questo che mi sono sempre chiesta e non ho mai davvero capito.
    Grazie

    1. Per la reperibilità o meno dei numeri arretrati delle riviste bisognerebbe interpellare i signori dell’E.L.F., è un po’ che non visito i rispettivi siti ma mi par di ricordare che qualcosa degli arretrati lo abbiano anche pubblicato in rete in formato digitale. Ti posso dire che Ardalambion e Hisweloke recepiscono puntualmente le informazioni aggiuntive pubblicate sulle riviste ed eventualmente le riportano nei rispettivi dizionari e/o articoli su web. Ciò che esce su VT e PE è comunque piuttosto “tecnico”, sono gli appunti originali di J.R.R. Tolkien rieditati e commentati evidenziando le eventuali novità che apportano quanto a dizionario e grammatica. Per banalizzare, se mi è consentito: se i testi e i siti sono a livello tra la scuola media e il liceo, le riviste sono praticamente a livello universitario.

  2. Vorrei porre una domanda. Sto crivendo un romanzo fantasy, sono presenti gli elfi come popolo, posso utilizzare la lingua Sindarin per alcune battute tra di loro, o è un reato, io non credo. Grazie.

    1. Tecnicamente ci vorrebbe il permesso da parte della Tolkien Estate. Da un punto di vista di opportunità, invece, il Sindarin caratterizza specificamente gli Elfi della Terra di Mezzo (di Tolkien): se la tua ambientazione è diversa, da lettore non la troverei una scelta felice, ma è solo un parere personale 🙂

      1. Capisco, ti ringrazio, e che ho scritto solo 200 pagine, ahimè, quindi ora dovrei cambiar praticamente tutto, nomi di alcuni personaggi e di paesi e regni. Avevo scelto di usare la lingua Sindarin perché volevo dare un nome a personaggi, paesi, regni e oggetti che avesse un senso e, non i soliti xarjfsk flfksk lylfi krisj, insomma, i soliti nomi da fantasy campati per aria con mille K e Y. A prescindere che una volta finito, non credo che diventerà mai un bestseller, anche perché la cosa non mi interessa affatto, volevo publicarlo su un sito tipo Lulu in ebook a costo 0€. Grazie per la tua risposta, vorrà dire che dovrò inventarmi una lingua da me, in qualche maniera.

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