SPORT , l’etimologia. Lirica e gioco, la storia di un termine nient’affatto moderno


Una rara illustrazione delle Bocce Medievali, del Manoscritto Douce della Bodleian Library, 275. L’accostamento è notevole, perché si tratta di una decorazione ad un testo del Vangelo di Giovanni: il testo è del capitolo 19, nel pieno della Crocefissione.

Abbiamo separato questo segmento dalle FAQs (vedi la domanda intera sul doppiaggio della battuta di Beorn) per due motivi. In primis, mi è stato fatto notare che alcuni anglisti veri, non come il sottoscritto, condividono in tutto o in parte la disamina sulla correttezza di mantenere “sport” nel doppiaggio italiano e questo mi rincuora molto circa la validità dell’articolo. Secondariamente, perché negli ultimi giorni abbiamo avuto un incremento sensibile di chi ci segue in-social e potrebbe ancora non aver capito chi siamo.

Siccome non vogliamo annoiare chi ci segue da più tempo, abbiamo aggiunto delle chicche che spero vorrete apprezzare. E che forse mi faranno apparire meno fanfarone. 


Anzitutto la parola va vista per ciò che è: “sport proviene da quell’influenza francigena sulla lingua Inglese del Tardo Medioevo, che introdusse il più corposo incremento di termini d’origine neolatina. Il Medio Inglese non era la lingua usata per le lettere artistiche o le comunicazioni amministrative durante il periodo dei Plantageneti (1154 – 1485), casa d’origine Angioina che ne debellò dall’educazione e dagli uffici il progenitore, l’Antico Inglese. La lingua considerata propria dell’aristocrazia e dei letterati anche meno nobili divenne l’Anglo-Normanno, ovvero una vera e propria lingua d’oïl. Non soltanto, poiché le lingue ritenute sapienziali erano in realtà il Latino e perfino lo stesso Francese dell’epoca. Fu soltanto attraverso I Racconti di Canterbury (fine del 1300) di Geoffrey Caucher, autore cui Tolkien dedicò molto del proprio lavoro e che apprezzava per essere stato un vero e proprio restauratore dello sviluppo del linguaggio proprio dell’Inghilterra15, che il Medio Inglese si ritagliò un posto sensibile nella letteratura.

Una copia della lezione di Tolkien, The Reeve’s Tale. [vedi nota 15]

Il Medio Inglese non ignorava naturalmente i contributi di oltre due secoli di predominanza culturale francese. Diversi termini anche di origine latina erano ormai filtrati attraverso l’Antico Francese, tra cui proprio sport , che è attestato in Medio Inglese dal 1400. La parola nasce da latino dēportāre , il quale verbo designa un moto di allontanamento da un luogo nel senso più generale, oltre a vari significati specifici più o meno evidenti.

La transizione all’Antico Francese mutò la parola in déporter , che significa già “divertirsi, distrarsi”, così, parimenti, il suo deverbalizzato déport e le varianti in de(s/p)port identificano uno stato di svago o una situazione gioiosa già dalla fine del XII secolo. Contestualizzando nella realtà urbana dell’età comunale (che ha interessato anche la Francia in una certa misura), si può provare a capire la transizione semantica: la città era il luogo in cui si concentrava l’artigianato, il commercio, l’amministrazione, il luogo in cui si metteva a frutto la fatica del lavoro. Per lo svago si doveva “uscire dalle porte” della città, dalle mura, nelle territori rurali del circondario o boschivi, per cavalcate, caccia o passeggiate16. Lo “svago” era un sottointeso finale del significato letterale.

Dall’Antico Francese proviene disport nel Medio Inglese, le cui prime apparizioni risalgono proprio a Chaucer e proprio nei Racconti di Canterbury17.

Da allora sarà usato per almeno mezzo secolo prima di venire prima accompagnato, poi soppiantato dal suo aferetico privo di prefisso (-)sport. L’Antico Francese ha la sua influenza, passando per il gusto dei poemi cortesi, anche nel fiorente ambiente letterario toscano ed umbro in Italia: se il Medio-Inglese aveva mantenuto l’inserimento della -s-, i volgari peninsulari lo preferiscono senza. In Italia la coppia risultata è diporto diportare, sebbene a molti ricercatori della Lingua Italiana sia più noto per l’uso che ne fa il Boccaccio o altri poeti e narratori umoristici medievali intorno alla metà del ‘300, la traduzione è anteriore di più mezzo secolo dall’utilizzo e quindi di almeno un secolo dal disport medio-inglese. L’uso più antico di diporto come “suprema consolazione, affrancamento” in una richiesta in preghiera è attestato nelle laude di Iacopone da Todi e in alcune probabilmente precedenti dei laudari medievali18.

Un frammento della Tentazione di San Martino dal Ciclo come conservato nel Manoscritto Vernon della Bodleian.

Un significato che ha il suo corrispettivo tra quelli di disport e Chaucer stesso lo usa; ma notevole è che questo specifico “secondario”, compaia in una copia di commentario in rima al Vangelo e alle Vite dei Santi, il Ciclo di Omelie Nordiche19. In Italia l’elité intellettuale si distaccò tosto dal sapere popolare, che invece era stato un caposaldo per Dante, da Petrarca (Boccaccio segue perfettamente la direzione) e questo influì sugli usi sempre meno comuni di tale francesismo nel senso di “consolazione”: il popolo invece continuò a sentirlo usare nelle laude medievali fino al ‘900 inoltrato, sui sagrati delle chiese (non è stato canto liturgico se non in tempi più recenti). Già nel Rinascimento tardo, però, il termine perde di popolarità anche per descrivere lo svago, perdendo quasi ogni carica enfatica se non quella (già) di arcaismo; verrà usato più in opere cronachistiche, epistolari privati (senza intento artistico) o prosa disimpegnata fino all’800, dove lo si ritrova anche in Foscolo, fino a diventare un termine raro. Il Tasso sarà forse l’ultimo ad usare ambo i significati in opere letterarie. In Inghilterra nel cinquantennio successivo a Chaucer disport procede su entrambi i binari, fino a quando non compare la forma in aferesi sport, che si riferirà esclusivamente a “svago” e farà così egemonia nel campo semantico fino alla moderna concezione delle attività ricreativo-ginniche organizzate in competizioni.


Le note proseguono la numerazione dalle FAQs

15 J.R.R. Tolkien, Chaucer as a Philologist: The Reeve’s Tale, The Philological Society’s Transactions 2008, ristampa dal 1934 di una lezione pubblica del 16 maggio 1931 nella sede societaria originalmente titolata Chaucer’s Use of Dialects, rivista e corretta dall’autore.

16 Difficile pensare che un simile termine sia potuto nascere al di fuori della corte o altrove che tra la classe aristocratica militare o tra quei proprietari terrieri che in quel periodo avevano preferito ritornare a vivere nei borghi, delegando il possesso feudale. Tra le prime attestazioni è il Tristano (1180 all’incirca) di Tommaso d’Inghilterra, che visse presso Enrico II ed Eleonora d’Aquitania. Tra la decina di comparse delle varianti di deport, si riporta a titolo esemplificativo i v.645-8:

Del mal me peise, Ysolt respont,
plus que d’altre mal en cest mond;
mais del el dunt vos oi parler
voil jo e puis bien desporter
.

Si rimanda all’edizione Thomas, Tristano e Isotta, Garzanti 2008 per la traduzione.
I più attenti alla linguistica si saranno subito accorti di un forte enigma: déporter è inteso ad essere riflessivo ed è effettivamente così, ma è privo della particella enclitica. Se deriva dal latino dēportāre , transitivo, com’è univoco nei suoi significati possibili, ma non presenta forma deponente, la derivazione è quantomeno problematica per come si è consolidata l’ellissi della particella. E’ possibile che la desinenza deponente sia stata applicata come ma inglobata nell’infinito stesso -er e da questa mascherata? 

17 E perfino a partire dal Prologo, v.773-776:

For trewely, confort ne myrthe is noon
to ride by the weye doumb as a stoon;
and therfore wol I maken yow disport,
as I seyde erst, and doon yow som confort. 

18 E’ così, ad esempio, nella quartina di chiusura della Lauda XXXV di Iacopone [Iacopone da Todi, Laude, Olschki 2010, a cura di M. Leonardi] e nella duecentesca Da mi conforto, o Dio , Lauda XXIV v.7-10 del Laudario di Cortona (cfr. qui sulle problematiche e necessità editoriali), rispettivamente citati da sinistra a destra :

Null’è che venga al meo corrotto,
en ciascheun stato sì m’è Cristo morto.
O vita mea, speranza e deporto,
en onne coraio te veio affocato! 
Dami Letitia, gaudio et diporto;
en nel mio core dà pianto di conforto,
k’io suspiri et canti et stia sì docto,
k’io non perda la tua fin’ amança. 

 

E’ possibile che da “svago” a “consolazione” il passaggio intermedio di semantica sia avvenuto attraverso il meno decisivo “sollievo”, nella comune accezione di tutti e tre come allontanamento da uno stato di fatica e/o patimento. Ma, come fatto notare, la “consolazione massima” in senso cristiano è il più antico dei significati attestati in volgare e Medio-Inglese (vedi nota successiva), quindi è un’ipotesi sostenibile solo a patto che quello ritenuto “primario” sia taciuto o non pervenuto prima.
A Chaucer, Boccaccio si affianca spesso e volentieri, in primis per l’impostazione simile delle due raccolte. l’Inglese potrebbe addirittura aver deliberatamente scelto tale forma dopo aver letto il Decameron nel suo soggiorno italiano, un decennio prima della composizione dei Racconti.

19 Il testo deve la sua straordinarietà ad essere una raccolta di predicazioni e agiografia divulgativa in Medio Inglese anziché in Latino. Conservato alla Bodleain Library, ha titolo The Northern Homily Cycle: Proprium Sanctorum e gli studi sulle versioni (riassunti nella recente edizione) ne datano la composizione nei due lustri a cavallo dell’anno 1300. 

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