Jackson, Tolkien e la sfolgorante delicatezza


Qualcuno, molti in verità, sono convinti che l’assedio – l’assetto campale più probabile dagli scritti – di Dol Guldur vedrà scendere in prima linea i Sapienti della Terra-di-Mezzo in manifestazioni di potenza elementale e soprannaturale, veri e propri stregoni di un riciclato supereroismo del fantastico che da qualche decennio assilla le giovani generazioni.

Jackson ha fatto dello scontro (indesiderato almeno in una certa misura, se non totalmente) tra Gandalf e Sauron una scena ad alto valore grafico, ma com’è possibile che questo diventi di per sé un demerito e che giustifichi una considerazione come quella di cui sopra? C’è persino chi lo auspica. Lo scontro tra Gandalf e Sauron è stato polarizzato tra due concetti: la difesa di Gandalf (nella forma di una sfera luminosa candida, com’era con il Balrog in La Compagnia dell’Anello, solo con 12 anni in più di avanzamento nei VFX) sostenuta, pure a malapena – e il tentativo di Sauron ancora informe di avvincerlo con niente di meno che sé stesso.

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Sé stesso, Sauron usa la sua propria forma lacerata. Lo circonda e nel farlo si disperde, per avvinghiarlo e ridurlo al minimo.

In Tolkien, che Sauron nell’anno della Cerca ancora non potesse acquisire corporalità piena è assolutamente discutibile, esistono note sia a favore che a sfavore della questione. Sicuramente poteva farlo durante la Guerra dell’Anello, ma relativamente al film non può venire ignorata la scelta fatta all’epoca di pre-produzione di Il Signore degli Anelli: Sauron è l’Occhio, esclusivamente l’Occhio (a meno della scena tagliata in cui scendeva in battaglia). Una scelta che all’epoca portò ottimi frutti proprio grazie alla resa grafica.

Qui un alone, una nebula di scura semitrasparenza che si infittisce al crescere della sua volontà di Male e Potere, l’unico Potere di cui dispone lo estrae da sé stesso. Al contrario di Gandalf che in difesa oppone un segno luminoso e ad egli estrinseco, l’offesa di Sauron avviene solo per mezzo di sé, della sua forma riconquistata a fatica.

« Si suppone, in base alla mitologia, che quando la forma era “reale”, cioè una realtà fisica in un mondo fisico e non una visione trasferita da mente a mente, avesse bisogno di un po’ di tempo per formarsi. Dopodiché era suscettibile di distruzione come qualsiasi altro organismo fisico. Ma naturalmente non si poteva distruggere lo spirito, né cacciarlo dal mondo a cui era legato fino alla fine. Dopo la battaglia contro Gilgalad ed Elendil, Sauron ci mise parecchio tempo a ricostruirsi, più tempo di quanto non gli fosse stato necessario dopo la Caduta di Númenór (credo perché ogni volta che si ricostruiva bruciava un po’ dell’energia dello spirito, che potrebbe essere chiamata la “volontà” o il legame effettivo tra la mente indistruttibile e la realizzazione della sua immagine). L’impossibilità di ricostruirsi dopo la distruzione dell’Anello è sufficientemente chiara da un punto di vista “mitologico” in questo libro. »
[ La Realtà in Trasparenza: Lettere 1914-1973, Lettera #200, al Maggiore R. Bowen (25 giugno 1957)]

Per intervenire sulla Natura (di egli stesso, come della realtà), per esercitare il Potere come inteso da Tolkien, Sauron è costretto a ricorrere alla propria Natura non come ad una sostanza, ma come ad un mezzo. Così facendo, egli se ne priva, si disgrega, si dissolve piano: poiché Sauron (o Morgoth) non dispone di potere davvero creativo, non può infondere all’essere il Fuoco Segreto come nel proprio piano, egli ne usa del suo.
E’ dunque particolarmente indovinata l’idea per la quale Sauron si “stenda” sopra Gandalf mentre questi si difende con un segno.

Gandalf innalza il bastone, il simbolo della (“ciò che lo unisce alla”) sua missione: per quanto stenti e soffra finché il bastone è levato, Sauron non riesce a sopraffarlo. Tenta di soffocarlo, più volte e il divario di Potere è sensibile: tuttavia, Gandalf sostenendo il bastone è sostenuto a sua volta. Sauron non riesce a penetrarne la difesa.

Gandalf si appresta a resistere all'ultimo assalto.
Gandalf si appresta a resistere all’ultimo assalto.

Sauron lo può ferire soltanto quando il bastone di Gandalf è disgregato, quando il simbolo, il legame, l’unità con la sua missione, è dissolto. Si confronti con il combattimento con Saruman in La Compagnia dell’Anello: per Jackson il bastone non è uno specifico strumento di potere o un’arma, non ha valore strumentale o funzionale, ma simbolico, come negli scritti. Infatti Gandalf ottiene un altro a Gran Burrone e ancora un altro a Lothlòrien (tanto nel film che nel libro) insieme alle nuove bianche vesti, senza per questo perdere in autorità, potenza e licenza.
Le implicazioni filosofiche e teologiche di questa sequenza sembrano ben superiori a quelle sulle quali Jackson possa aver riflettuto in coscienza (chissà?). Tanto di cappello se è stata solo un’intuizione felice. Secondo logica, tuttavia, non sono state soltanto le forze a venir meno all’άγγελος (Lettera#156).
Rimanendo nel puro fenomenico, il bastone è arso e fatto a brandelli. Gandalf non può più opporsi. Solo quando il bastone è spezzato, infine, Sauron si svela.

Il bastone è spezzato e Sauron sferra l'assalto definitivo.
Il bastone è spezzato e Sauron sferra l’assalto definitivo.

Il tutto è costruito nella grafica con pochi e semplici elementi, aderenti agli enti che dipingono. Sauron è stato finora un’incognita, infatti si cela in una veste nebulosa, di Gandalf si è già detto che non è altro che il medesimo effetto visto a Moria con tutte le potenzialità dell’oggi. Nel binomio chiaro-offuscato il verdetto è portato dal braciere nel cuore della nebula, ove Sauron raduna le proprie forze, infatti “ogni volta che si ricostruiva bruciava un po’ dell’energia dello spirito“. Le scelte grafiche sembrano tutte quadrare con la situazione.

Infine, le circostanze stesse sono tutt’altro che pacifiche. Io stesso in sala non ero affatto convinto di uno scontro così esplicito tra Gandalf e Sauron e una grafica così estroversa, abbacinante quasi, a ritrarlo. Pur apprezzando tutto quanto esposto fino adesso date le premesse, non capivo la necessità di arrivare ad un dispiegamento di queste forze come costruito da sceneggiatura, circa Gandalf davvero poco convincente. Il Grigio Pellegrino dichiara, sì, di avere come obiettivo l’imporre al Nemico di rivelarsi (vedi i Dialoghi in Elfico), eppure si fatica a capire la necessità di una certezza ulteriore e l’effettivo dovere del Grigio di esporsi. Con un occhio agli scritti, i dubbi erano parecchi, alcuni dei quali sembravano suggerire come il dovere fosse l’opposto. Nelle Previsioni avevo speculato circa i motivi che avrebbero giustificato uno scontro tra i due, ora ne vedevo di più deboli.

I dubbi sono divenuti secondari con la chiusura della scena.

Nella visione d’insieme sul film, il senso di disperazione che suscita la scena, tanto per l’interpretazione di McKellen, quanto per l’evoluzione narrativa, quanto e in ultimo per lo spalancarsi dell’Occhio (e quindi, sì, certo che i VFX contribuiscono al buon esito, ci mancherebbe!) sono così bene collocati nell’intero film da far apparire le obiezioni di cui sopra poco più che cavilli. Si può divergere dal testo degli scritti se si converge sul cuore degli scritti. Dal nostro giudizio sul film:

Una battaglia contro la più atroce desolazione è anche quella di Gandalf, separatosi dalla spedizione di Thorin, ma non abbandonato alla sua solitudine (la compagnia di Radagast e l’amicizia di Galadriel). Da contraltare al Drago, nel contenuto della narrazione anche più maligno, più abissale, finanche la fonte d’ogni inimicizia di quel tempo, fuoco e morte sono la sua essenza. Sauron, con cui narrativamente il preludio si concreta nell’unità di tutta l’esalogia di Jackson, obnubila Gandalf e spezza il simbolo della sua missione: la Grazia sembra in scacco nel fallimento del suo ministro. L’irrequietezza diviene disperazione.

Cioè, occorreva che la sconfitta di Gandalf fosse così esplicita perché il dramma emergesse tanto pronunciato. Continuare al discutere degli altri modi in cui poteva essere fatto non aggiunge nulla al film, né scalfisce il valore di questa scena.

Il soprannaturale in Tolkien viene chiamato in causa con una delicatezza unica (ed ineguagliata), in genere rispettata appieno anche da Jackson: quando nelle forme si è voluto divergere, non è stata un’autocelebrazione della grafica digitale, come troppo s’insiste di recente, anticipando manie e timori per un film che non sarà in sala prima di 6 mesi. In questo caso, come già in altri se non in tutti, il motivo di tanta licenza è esclusivamente quello di rendere maggiormente esasperato, quindi netto, un aspetto centrale della materia.

Come già avvenuto per Un Viaggio Inaspettato La Desolazione di Smaug, anche per La Battaglia delle 5 Armate (fateci l’abitudine) la tendenza è quella di squalificare un film ancora prima di averlo visto; e si continuerà a squalificarlo anche dopo, pur non avendolo visto come il regista l’ha girato e montato. Fa nulla, questo non posso certo evitarlo, anzi auspico che i detrattori costruiscano sulla loro contestazione l’invito solido e ragionato di leggere le opere. Altrimenti mi chiederei che senso avrebbe mai l’indignazione, sia preventiva che successiva; di questi tempi c’è invero chi trae maggior soddisfazione dalle lamentazioni che dalle riparazioni, specialmente tra i fan, coloro che attuano il “deprecabile culto” (parole di  Tolkien). So perfettamente che è quasi un morbo tra i lettori di Tolkien, ma spesso sono lettori giovanissimi (che quindi si possono educare) o lettori convinti di sapere ogni cosa del Professore per aver letto 3-4 dei suoi libri: in genere, invece, letti i primi 7-10-15, ti accorgi di non saperne affatto, che forse, pur conoscendolo anche nell’intimo, non potrai mai saperne abbastanza.

Postilla

Quello che posso assicurare per adesso è che cose di questo tipo non ne vedrete affatto.

A sinistra un’illustrazione di Angus McBride, altrove ottimo.

Niente Galadriel che vortica tornados dalle dita, niente Saruman che fa strage di Orchi con fruste di saetta, non certo i membri del Bianco Consiglio che da soli sterminano 10mila nemici, nessuna di queste sciocchezze, compresi la discesa in prima, seconda o ultima linea di Galadriel e Saruman sul campo di battaglia. L’assedio di Dol Guldur è inteso ad essere una campagna bellica, se volete vedere altro ci sono 3-4 film Marvel e DC all’anno che assolvono perfettamente allo scopo, alcuni dei quali, peraltro, nient’affatto malvagi.

L’ “abbattere le mura” e lo “svuotare i pozzi” nell’Appendice B a Il Ritorno del Re significa ben altro dallo sfoggio magico. Nella Terra-di-Mezzo la “magia” non esiste e la Magia è un altro discorso.

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4 pensieri su “Jackson, Tolkien e la sfolgorante delicatezza”

  1. “L’ “abbattere le mura” e lo “svuotare i pozzi” nell’Appendice B a Il Ritorno del Re significa ben altro dallo sfoggio magico”

    In cosa consistono? Purtroppo non ho gli scritti sotto mano.

  2. Speriamo bene! in DoS mi ha infastidito non poco quel “incantesimo di rivelamento!”, nonché che la fortezza si illuminasse per l’effetto delle parole di Gandalf … prego i Valar che Jackson&co non mettano nell’assedio di Dol Guldur Galadriel con un’armatura o Saruman che spara onde d’urto …

  3. A giudicare dalle scene e dal contesto, io pensavo si trattasse non di Sauron in persona ma di una sua manifestazione a distanza, un – perdonate il termine – avatar capace di agire in un’area circoscritta.

  4. bellissimo articolo, molto interessante, mi sono chiari alcuni passaggi, che, spiegati in maniera più “simbolica”sono anche più significativi. Grazie

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