Lettere ad una poetessa bambina


Sul numero di Agosto 2014 di Writing Magazine (uscito qualche giorno fa) compaiono tre lettere di Tolkien battute ad un’asta del novembre 1998. Come sempre in queste occasioni, le lettere raccontano episodi di singolare curiosità  della vita di Tolkien, i quali sia aggiungono particolari nuovi alla conoscenza che abbiamo della sua biografia, sia confermano il giudizio sull’uomo che è stato come emerge dai ritratti dei suoi migliori biografi (Carpenter, Hammond&Scull, Garth, Pearce).

Le tre lettere sono particolarmente curiose, perché risposte ad una giovanissima ammiratrice (conoscente personale), la prima delle quali fu scritta e spedita quand’ella non era ancora decenne.

Le lettere sono datate 26 agosto 1965, 6 gennaio 1969 e 6 agosto 1970. Una corrispondenza non incostante che ne nasconde facilmente una più fitta, perché la bimba poi ragazza aveva conosciuto Tolkien nei soggiorni dai suoi nonni, vicini del Professore allora ritiratosi in Sandfield Road, Headington, sobborghi di Oxford. Paula Iley, maritata Coston, fresca autrice della “favola esotica” sull’adozione On the Far Side, There’s a boy (pubblicata il 27 giugno), già educatrice e formatrice d’educatori, nonché giornalista all’Huffington Post.

Precoce nel dare inchiostro al proprio sprone creativo, ha pubblicato il suo primo lavoro letterario alle soglie dei sessant’anni: nella biografia di copertina, scritta da un lato personale, lascia subito intendere l’importanza che ha avuto Tolkien nella sua vita.

“Come scrittrice sono stata contenuta fin dalla tenera età, avendo trovato in Tolkien, che viveva accanto ai miei nonni, un maestro non ufficiale. Gli spedivo i miei infantili esperimenti di scrittura e lui corrispondeva con molta generosità, con critiche complete che non affondavano il colpo su una pavoncella di dieci anni*.”

La rivista ha subito contattato l’autrice e nel numero di agosto le ha dedicato alcune pagine che riportano anche il contenuto delle lettere, che l’autrice al debutto deve aver conservato in copia. Tutte insieme contano più di 10 pagine, la maggior parte delle quali sulla prima: questa inizialmente parla alla piccola Paula di un’imminente edizione di Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli negli Stati Uniti come contro-strategia alle famose edizioni “clandestine” della ACE books. Chi lo sa!, magari la bambina già s’informava su quali fossero le migliori edizioni per estetica o quando avrebbe potuto trovarne una nuova (una collezionista al debutto?), tuttavia non abbiamo dubbi che le pagine più attese riguardassero i commenti di Tolkien sulle sue prime composizioni poetiche. Addirittura cinque pagine! Il Professore si premura di farle sapere “Non sei obbligata a leggerle!”, ma chissà l’emozione di Paula a sapere che Tolkien paragona l’infanzia di lei alla sua propria, con il memorabile aneddoto della mamma Mabel che lo correggeva sull’ordine di aggettivi in “a green great dragon” (cfr. Lettera #163, Lo Hobbit Annotato) o nel ricevere qualche consiglio su come migliorare nella scrittura in versi nel senso di colmare

“…il divario tra la visione di uno (ciò che si “vede” o “sente”) e quello che possono le parole.”

Nel rivolgersi ad una bambina Tolkien dimostra una grande accortezza pedagogica.

[…] Sotto molti punti di vista la poesia non è molto diversa da un gioco – un’abilità di cui gode tanto il giocatore quanto lo spettatore (o il lettore).
[…] La rete è una seccatura, le linee bianche sono sciocche e insensate: tutto ciò che fanno è far valere come “fuori” qualcuno di quegli adorabili tiri forti. Ma senza di esse? Immagino che potresti colpire la palla dove ti vada a genio … oppure avanzare fino al tuo avversario e metterlo a tappeto con la tua racchetta … Tuttavia i punti più belli, eleganti e convinti sono quelli di chi ha imparato ad obbedire e comunque colpisce la palla con forza.
[…] Tutti gli scrittori sanno che qualche volta, se vogliono farlo in rima, devono dire qualcosa che non avevano pianificato, né voluto, sebbene possano tentare di nasconderlo … Ma tutti gli scrittori in versi (compongano con metri fissati o in schemi) sanno anche che la propria immaginazione può venire ispirata dall’effettiva sforzo di trovare una rima o una parola che ricopra il posto; ed è possibile che così ora pensino e dicano qualcosa di migliore rispetto a quanto intendessero da principio. “

Finora Paula non aveva mai consentito (nemmeno a chi aveva visto le lettere destinate a Tolkien da parte sua, i biografi autorizzati dalla famiglia Tolkien, e fa il nome Humprey Carpenter) di vedere i carteggi, ha confidato al giornalista, custodendole gelosamente. Salvo lei e chi le ha acquistate all’asta del ’98 probabilmente nessuno ne conosceva il contenuto**. Se ne capisce il motivo: tra lei e il Professore era sicuramente nato un rapporto di grande affetto, probabilmente di predilezione. Negli stralci presenti sulla rivista si notano discussioni davvero sentite da entrambe le parti, con Tolkien che si vede costretto anche a fare delle concessioni alla giovane-talvolta-controparte come

“Vero, i poeti davvero accostano sostantivi e aggettivi insoliti e non per sola convenienza: costringono il lettore ad una pausa (una frazione di secondo o un attimo) e la fatica per capire gli procura veramente un’immagine più vivida.”

Fermo restando che ci vuole “una bella sfacciataggine” ad “incomodare altri poeti“. Il colmo però è quando la ragazzina impone al filologo di rivedere le sue impressioni sull’esistenza o meno del verbo “ashine” al di là del suo uso abituale contemporaneo. Si parla forse di una poesia (sempre menzionata nelle lettere) su “ceneri e braci” e i colori più appropriati e, come capitava spesso a Tolkien, ne ricercò l’origine. “Mi sbagliavo. In quel senso è reale: una parola attestata.”

Stavolta Paula ha acconsentito a mostrare addirittura una copia intera e stralci dalle altre lettere in un’immagine allegata. L’iscritto Tolkien Society  e membro della Tolkien Collectors Guide Trotter ha riportato le prime informazioni, ma la maggior parte dei testi la devo a Oronzo Cilli, che mi ha fatto leggere le sue trascrizioni dalla rivista e mi ha aiutato a decifrare la grafia di Tolkien, un aiuto sempre più prezioso. Nell’immagine, la lettera intera è del gennaio 1969 di cui riportiamo la traduzione intera della prima pagina (apparentemente l’unica):

“Cara Paula,

sono dispiaciuto che da quando mi hai scritto sia passato un anno. Per me è stato pieno di problemi. Mi sono trasferito da Oxford, non volendo più assistere alla sua rovina e grato di poter scampare alla quotidiana persecuzione della stampa (etc.) verso un’ignota destinazione. Quello che avrebbe potuto essere un trasloco difficile, comprendente una biblioteca, uno studio e le varie carte, si è tramutato in vero e proprio chaos dal quale non mi sono ancora del tutto ripreso, per via di un incidente che mi ha paralizzato quando perfino i miei piani e preparativi erano incompleti. Ho passato diverse buone settimane in salita, in ospedale, sto ricominciando a camminare (ancora piuttosto a stento). Il mio lavoro è discontinuo e rinviato.”

(l’episodio di cui racconta nella lettera è una caduta dalle scale della casa che stavano lasciando, cfr. A Biography)

Erano da poco cominciati i problemi di salute della moglie Edith, che solo pochi anni prima invitava ed ospitava Paula e i suoi nonni nel salotto di periferia di casa Tolkien. Trasferitisi nella località costiera di Poole vicino a Bournemouth (dove Edith avrebbe potuto trovare sollievo), Tolkien continuava stancamente le sue ultime correzioni a Il Silmarillion e, sapendo già perfettamente che non sarebbero state sufficienti, non di rado faceva trasparire il suo sconforto, specie con i suoi più affezionati confidenti.

Un nonno e una nipotina reciprocamente adottatisi (quasi, ma visto che il tema è caro all’autrice) è il quadro che sembra disegnarsi. Nell’estate del 1973 Paula visitò Tolkien all’appartamento del Merton College di Oxford, dove avrebbe dovuto cominciare il corso di Inglese. Dopo la morte di Edith l’università, come costume per i professori di lungo corso, gli aveva messo a disposizione la sua ultima abitazione. In quell’occasione si erano accordati perché Tolkien le insegnasse personalmente Anglosassone.  Tolkien morì a settembre, prima di esserle maestro per l’ennesima volta:

“[per le tue composizioni] provo simpatia, perché sembri essere commossa dal colore, dal declinare del giorno, il crepuscolo e la sera… Io di certo sarò sempre lieto (e di fatto onorato) dal vedere qualsiasi cosa tu scriverai o pubblicherai…”


Note

* NdT: l’originale “girl of ten-go-on-preening grown-up”, come mi ha confermato Greta Bertani (che ringrazio), è un’espressione arrangiata per indicare i classici atteggiamenti di gioco delle bambine che vogliono immedesimarsi in signorinelle più grandi (“grown up“). Questo particolare significato tende a perdersi per via della minore adattabilità dell’Italiano sul tratteggiato a monosillabi (ci vorrebbe un’altra proposizione per tradurlo e difficilmente sarebbe un’inciso abbastanza breve). Il significato principale naturalmente è quello di fingersi grande nell’essere una scrittrice: l’accezione comune di “preen” viene dal lessico specifico d’avicoltura, indica tutti quei comportamenti che coinvolgono la sistemazione delle piume (più estensivamente vale anche per il pelo nei mammiferi), specialmente l’ostentazione delle stesse come nei pavoni, così si è optato per il sintetico, “filologico” e, ritengo, affettuoso come il tono globale “pavoncella“.

** Nella sezione Chronology di J.R.R. Tolkien Companion and Guide si fa menzione della prima di queste lettere ma nulla più.

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Un pensiero su “Lettere ad una poetessa bambina”

  1. e che devo dire? Sono qui che mi asciugo le lacrime…..sempre più bello il vostro blog…grazie, grazie, mille volte grazie per l’articolo ed aver riportato questa frase, che mi ha ricordato me bambina: “…(…)…perché sembri essere commossa dal colore, dal declinare del giorno, il crepuscolo e la sera…”

Facci sapere cosa ne pensi, ma pensaci bene. ;)

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